Sono trascorsi dieci anni da
quando il Governo cinese ha inaugurato il “progetto Confucio”, che ha
l’obiettivo di riprendere in patria lo studio delle opere del Maestro K’ong Fu
Tze e di diffondere nel mondo – mediante la creazione degli Istituti Confucio -
la conoscenza della lingua e della cultura cinese. E’ certo singolare che
proprio dalla Cina comunista, nella
quale è ancora vivo nel popolo il mito di Mao Tze Dong, nemico e
persecutore del pensiero confuciano,
accusato d’essere strumento di conservazione
sociale, venga proposta al suo interno e rilanciata nel mondo l’immagine
rassicurante di una società che riscopre
le radici della sua millenaria cultura
e vuole rinnovare la conoscenza e lo studio del pensiero di maestro
K’ong. La classe dirigente cinese avverte ormai l’esigenza di sostituire la
filosofia marxista, del tutto inadeguata a fornire il supporto ideologico
ad una società in impetuosa crescita economica, con la ripresa dello spirito confuciano. Tale
operazione culturale permette di soddisfare varie esigenze: a) tenere unito un
popolo numerosissimo, con l’ausilio di una filosofia sociale, che prevede un
sistema gerarchico estremamente articolato, cementato da una forte solidarietà
che si estende, in una serie di cerchi concentrici, dal nucleo familiare
all’insieme dei parenti, al villaggio,
alla città, all’intera nazione; b) utilizzare l’etica del lavoro di Confucio,
che esige seria formazione, pazienza e impegno
meticoloso, come vigorosa energia creativa e produttiva; c) proporre, mediante il concetto
confuciano di “armonia” , il volto di una cìviltà che sa mantenere la sua
originalità culturale e al tempo stesso integrarsi nel sistema politico ed
economico planetario.
E’ difficile prevedere
quali saranno gli effetti della trasformzione culturale in atto. E’ possibile
che il potenziale morale contenuto nel pensiero confuciano possa contribuire a
rendere la Cina una grandissima, e forse anche temibile, potenza mondiale. E’
anche possibile, per l’eterogenesi dei fini, o meglio per un disegno
provvidenziale, che attraverso lo studio dell’opera di Confucio il popolo
cinese,inaridito spiritualmente dalle devastazioni della rivoluzione culturale
maoista, riscopra l’altissima sapienza metafisica del Tao. Per intendere meglio
quest’ultima affermazione, e dunque la possibilità che la Cina ritrovi un’anima
e si riallacci alla sapienza
tradizionale, occore fare qualche precisazione. E’ opinone diffusa negli
ambienti accademici – come si è avuto modo di constatare – che il
Confucianesimo non sia una religione, ma solo una filofofia, o meglio un’etica sociale. Per la Scuola della
“Philosohia perennis”, e in particolare per René Guénon, il Confucianesimo è molto
di più di una somma di inegnamenti rilevanti per la vita sociale. Confucio
proponeva la restaurazione dei riti antichi e il recupero del significato
autentico delle parole, cioè delle cose che le parole designano e della loro
collocazione nell’ordine dell’Universo. Il Confucianesimo costituirebbe l’aspetto exoterico di una dottrina, che ha
il suo significato più profondo ed esoterico nella metafisica del Tao. Movendo
da questa base concettuale, si svolge in maniera più precisa, più articolata e più originale l’interpetazione di
Silvano Panunzio: il Taoismo è una dottrina metafisica ancestrale, della quale
Lao-Tze ha fornito un’espressione scritta, di alta sapienza, ma non priva di
qualche difetto.
Il ritrarsi da ogni conflitto, pur di conseguire la Pace e
l’Armonia, proposto dal Tao-Te-King , costituisce di fatto una diserzione dai
propri doveri verso la società. Se è vero che in linea di principio il
wei-wu-wei ha una indubbia validità, all’atto pratico, considerata la naturale
debolezza umana, il non-agire indebolisce gravemente la società, come dimostra
la storia degli Imperi della Cina. Il Confucianesimo ha in sé, invece, un più
saldo equilibrio e una maggiore completezza: al saggio è richiesta una tensione
interna verso la trascendenza e un impegno rigoroso per la realizzazione della
giustizia. Va ricordata a questo
proposito la coerenza eroica di taluni mandarini di formazione confuciana,
pronti a sacrificare la vita pur di consigliare e all’occorrenza correggere gli
imperatori, sicché si è potuto parlare di un “martirologio dei mandarini”.
Confucio ben conosceva Lao-Tze (si pensi
all’opera confuciana “L’Invariabile Mezzo”) e al tempo stesso profondeva tutti
i suoi sforzi per una traduzione politica e sociale della sapienza metafisica. La formula confuciana “reagalità all’esterno,
saggezza all’interno” è una pefetta espressione della metapolitica. La tesi
panunziana può trovare conferma,se ve ne fosse bisogno, nello studio
dell’Enneagramma, il metodo di analisi cosmo- psicologica – fondato sulla
delineazione di nove tipologie alle quali è possibile ricondurre il profilo
di persone, nazioni, istituzioni, religioni , ecc. –
proveniente dall’ esoterismo dei Sufi dell’Afghanistan e fatto conoscere in
Occidente da GurdJieff. E’ evidente che
il Tao, in quanto assoluto, non è riconducibile a nessuna categoria. Il Taoismo di Lao Tze, invece, in quanto espressione concreta, storicamente
determinata, può essere ricondotto ad un tipo ben preciso. Ora il ritrarsi da
ogni conflitto per conseguire la pace, la ricerca dell’armonia a tutti i costi
sono tratti propri del tipo indicato col numero nove. Una certa passività e
riluttanza nell’agire sono limiti, pecche del tipo nove. Per superarle occore
scoprire in sé l’energia che permette l’azione energica, efficace, fiduciosa
del tipo indicato col numero tre. Il Confucianesimo ha proprio i tratti di un
tipo nove cìhe si orienti verso l’efficientismo del tipo tre. Chi scrive queste
note ha avuto occasione di conoscere da vicino la civiltà confuciana, grazie ad
una intensa esperienza di collaborazione missionaria, compiuta con la propria
consorte, nella Corea del Sud.
La Corea del Sud è tutta pemeata di spirito confuciano
ed è facile riconoscere in molti coreani
di oggi la compresenza di un’inclinazione, o almeno di un vivo interesse, per
la vita spirituale e un impegno di studio e di lavoro molto energici, concreti
ed efficaci. Dunque con la ripresa dello
spirito confuciano la Cina potrebbe perseguire una pura politica di potenza o riscoprire una
vocazione metapolitica. Questo in qualche misura potrà dipendere da noi
cristiani e dalla testimonianza che sapremo dare. Quando si era a Seoul si è
potuto constatare come suore cristiane e
monaci buddisti avessero reelazioni cordiali e di amicizia. La Madre superiora
dell’Istituto presso il qaule si era alloggiati ci riferì che in Corea delle
suore cattoliche coreane si diceva che hanno Confucio sulla pelle, Buddha nel sorriso,
Gesù negli occhi. Ecco un esempio vivente di sintesi ecumenica! Ma anche qui,
in Occidente, dove si convive e si tratta con un gran numero di cinesi, mercé
lo studio e l’assimilazione, e rimanendo saldamente ancorati in Gesù e legati alla Chiesa, è possibile realizzare una
sintesi culturale e spirituale, che valga come testimonianza. Insomma siamo
pronti a dare il ben tornato a Maestro K’ong,
nell’attesa e nella speranza che sappia riconoscere il Maestro Unico.
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