sabato 28 giugno 2014


Ricevo da un amico sacerdote la seguente lettera, a commento del mio articolo “Pietro Romano?”


Caro Giuseppe,
ho letto con molto interesse il tuo articolo, davvero suggestivo e sotto certi aspetti inquietante.
Due osservazioni:
1. quando scrivi: "In verità, neanche come simbolo religioso della pace l’olivo sembra avere una qualche attinenza col suo pontificato" in riferimento a Benedetto XVI come 111° papa c'è da dire il contrario e cioè che l'olivo come simbolo religioso della pace ha attinenza col suo pontificato. E' risaputo che scelse il nome di Benedetto perché voleva essere come Benedetto XV costruttore di pace in un tempo di sconvolgimenti.
2. circa l'idea di un pontificato in America latina. Quando studiavo ecclesiologia il professore ci diceva sempre che la sede romana è parte "essenziale" del pontificato ovvero non esiste pontificato se non a Roma perché qui è morto Pietro. Che l'asse del cristianesimo si sia spostato in America Latina questo è certo ed è già avvenuto da tempo e sempre di più avverrà. Io, dunque, interpreterei la profezia in maniera ancora più radicale e parlerei forse di una scomparsa totale del papato con le relative conseguenze disastrose, ma bibliche. Sappiamo infatti che la Chiesa seguirà la sorte del suo Signore e dunque scomparirà per poi risorgere come dono che scende dall'alto, come nuova Gerusalemme
 Catechismo Chiesa Cattolica 677 La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest'ultima Pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e Risurrezione [Cf Ap 13,8 ]. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa [Cf Ap 20,7-10 ] secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male [Cf Ap 21,2-4 ] che farà discendere dal cielo la sua Sposa [ Cf Ap 20,12 ]. Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell'ultimo Giudizio [Cf 2Pt 3,12-13 ] dopo l'ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa [Cf Dn 7,10; Gl 3-4; 677 Ml 3,19 ].
Non sono mai stato, per fede, carattere e formazione, un millenarista catastrofico, ma certo qualcosa di strano sta avvenendo e come dici tu alla fine la nostra forza è nella preghiera con Maria.
Un caro saluto.”

La lettera contiene osservazioni che mi sembrano molto interessanti. L'identificazione di Benedetto XVI con il “de gloria olivae” ne risulta semplificata. D'altra parte le due interpretazioni potrebbero essere entrambe valide, riferendosi ad aspetti che hanno caratterizzato il pontificato di Ratzinger. Ma, in definitiva, quel che conta è che la possibilità di riconoscere in Benedetto XVI il 111° papa della profezia di S.Malachia ne risulta ora, e per altra via, confermata. Se Benedetto XVI è il “de gloria olivae” ne consegue che papa Francesco è Pietro Romano. Importante anche la conferma, da parte di chi ha conoscenza diretta ed esperienza missionaria, del ruolo centrale che già da tempo va assumendo, nella vita della Cristianità, l'America latina. Ma il punto più interessante è l'ultimo: l'essenzialità del legame tra Roma e il Pontificato e la futura scomparsa di quest'ultimo, nella prospettiva di un passaggio dalla Chiesa al Regno. Siamo dunque vicini ad una svolta radicale, che prepara un Venerdì Santo storico-cosmico. Se c'è una corrispondenza, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, tra la vita della Chiesa e quella di Gesù, gli eventi ultimi narrati nel Vangelo offriranno anche una chiave di lettura per comprendere i tempi difficili in gestazione.
Giuseppe Maddalena

lunedì 16 settembre 2013

PIETRO ROMANO?



     Nel 1595 il padre benedettino Arnoldo de Wion pubblicò, nella sua opera Lignum Vitae, una profezia attribuita a San Malachia, vissuto quattro secoli prima, e nota anche come la profezia dei Papi. Il testo profetico consiste in 111 motti, che esprimerebbero sinteticamente le caratteristiche della persona o dell’opera di altrettanti Papi. La serie viene chiusa da un centododicesimo titolo, Pietro Romano, riferito ad un Pontefice sotto il quale si preparebbe, sembra, il ritorno di Cristo. La profezia, in verità, è molto controversa e vede gli studiosi attestati su posizioni assai differenti, che vanno dalla negazione recisa della sua autenticità al suo convinto riconoscimento, all’attenzione più cauta e possibilista. Come sempre, l’autenticità di una profezia può essere valutata solo a posteriori, quando gli eventi ne avranno mostrato almeno con una certa approssimazione l’inveramento. Se la lista delle divise dei Papi corrispondesse a verità (e in molti casi è difficile negare la piena rispondenza dei motti con i Papi a cui si riferiscono)  l’appellativo di Petrus Romanus spetterebbe a Papa Francesco. Non vi è dubbio che colpisce l’insistenza del neoeletto Pontefice, fin dalle sue primissime dichiarazioni, nei minuti successivi alla sua elezione, sul suo ruolo di Vescovo di Roma e la sua particolare venerazione per la “Salus Populi Romani”.
    Prima di procedere oltre, però,  è necessario soffermarsi su un altro punto importante . Se Papa Francesco è il Pietro Romano della profezia di San Malachia, la divisa n. 111 spetta a Benedetto XVI e a lui va riferito perciò il motto “Gloria olivae”, che richiede almeno un tentativo di  spiegazione. Se consideriamo l’olivo come segno di consacrazione della gloria mondana di poeti o condottieri è evidente che esso non ha alcun legame con Ratzinger. In verità, neanche come simbolo religioso della pace l’olivo sembra avere una qualche attinenza col suo pontificato. Ma, a ben guardare, l’olivo ha assunto nel Vangelo anche un’altra connotazione. E’ infatti una pianta dalle foglie amare, appuntite e, quando non più fresche, taglienti.  Quando è avanti con gli anni  ha tronco e rami contorti, che ben rendono l’angoscia e il tormento di un’anima. Ed è nell’orto degli ulivi del Getzemani che Gesù sperimenta l’amarezza della solitudine e del tradimento. Difficile negare che solitudine e tradimento abbiano caratterizzato, tra le altre cose, il pontificato di Benedetto XVI e che egli abbia conseguito l’unica  gloria a cui un cristiano deve aspirare, quella di una somiglianza con Gesù. Lo dice chiaramente S.Paolo nella Epistola ai Galati (6,14): “Mihi autem absit gloriari, nisi in cruce Domini nostri Iesu Christi” (“Quanto a me non ci sia altra gloria se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo”).
    Cerchiamo ora altri indizi – perché nientre altro è possibile trovare – di un’identificazione di Papa Francesco con Pietro Romano  Qualche anno fa  la rivista “Metapolitica” (Anno XVI, n.2) pubblicò un saggio di grande suggestione dello studioso Emile Folange, che per la interpretazione della Profezia dei Papi proponeva una chiave  matematica. I punti essenziali della sue tesi erano i seguenti:
1)      Numero ricorrente nell’analisi matematica del testo profetico è 111, dal quale si ottiene per riduzione il numero tre e che rappresenta perciò (anche ideograficamente, aggiungeremmo) la SS.Trinità.
2)      L’intero arco cronologico  in cui si inscrive la serie dei Pontefici indicata dalla profezia abbraccia 888 anni; il numero 888 è l’espressione aritmologica del nome di Gesù in lingua greca.
3)      Assumendo il 1143 (anno della morte di S.Malachia) come data iniziale della serie dei Pontefici  e sommandolo agli 888 anni  si ottiene la data conclusiva: il 2031.
     Va chiarito in primo luogo che nel linguaggio profetico date e numeri hanno una valore simbolico, esprimono ritmi più che periodi misurabili quantitativamente, come avviene con il tempo degli orologi;  con analisi di questo genere è possibile non tanto determinare una precisa scadenza cronologica, quanto piuttosto delineare un tipo di percorso . Il Signore Gesù ci avverte che”quanto a quel giorno e a quell’ora” li conosce solo il Padre Celeste, ma ci incoraggia a riconoscere i segni dei tempi. Tentare di individuare il momento esatto di realizzazione di una profezia può risultare, perciò, ingannevole e forse anche temerario. E’ bene allora lasciare a Dio il Suo segreto e provare invece a cogliere il senso degli eventi in atto e in preparazione per il prossimo futuro e verso i quali abbiamo una responsabilità. Va inoltre osservato che  nell’impiego di elementi simbolici per l’interpretazione della storia  (passata o in “fieri”), è importante  che essi siano coerenti fra loro e pertinenti, e che attraverso le loro combinazioni si possa disegnare un quadro dotato di senso. Tutto ciò premesso, proviamo svolgere qualche considerazione che possa offrire, come l’interpretazione del Folange, un supporto per una meditazione sulla storia e che assuma come punto di partenza il pontificato di Papa Francesco.
     Mario Bergoglio è stato eletto Pontefice nel 2013, a diciassette anni da quel 2030 che il misterioso Re del Mondo indicò a Ossendowsky come data della “fine del mondo” ; o, come sarebbe meglio dire, di “un” mondo, di un’era, nella prospettiva di uno svolgimento ciclico della civiltà. E’ importante notare che il 17 è un numero biblico, in relazione col Diluvio Universale. In Genesi 7, 11-13 si legge: “Nel secondo mese, nel diciassettesimo giorno del mese, proprio in quel giorno, eruppero tutte le sorgenti del grande oceano e le cateratte del cielo si aprirono...in quello stesso giorno entrarono nell’arca”. Si noti l’insistenza sul diciassette: “proprio in quel giorno.....in quello stesso giorno” . Il giorno diciassette si conclude un’era, viene sommerso un mondo. Ma in un altro diciassettesimo giorno ha inizio un’era nuova. L’arca galleggiante sulle acque si arresta in un altro giorno diciassette. In Genesi 8,4 si legge: “Nel settimo mese, il diciassette del mese, l’arca si fermò sui monti dell’Ararat”. L’intera navigazione dell’arca si è svolta tra due diciassette: il numero segna così il passaggio dal mondo prediluviano ad una nuova era. Nell’alfabeto ebraico, del resto, la diciassettesima lettera è espressa con il vocabolo PHE, che significa “bocca” e indica perciò un varco, un passaggio. Inoltre nella corrispondenza tra le lettere dell’alfabeto ebraico e i segni zodiacali (trasmessa dal Sepher Yetzira) la lettera PHE è in relazione con il segno del Capricorno, col quale si chiude un anno e se ne apre un altro. Dunque i 17 anni che ci separano dal 2030 sembrano alludere ad un passaggio critico, ma che apre un’era migliore, e alla distruzione di un mondo che ha ormai esaurito le sue possibilità, per lasciare spazio libero ad un mondo rinnovato. Se si assume poi il 30 come anno della Crocifissione e della Pentecoste, e quindi come inizio dell’era cristiana, l’arco di tempo compreso fra l’inizio della vita della Chiesa e l’ipotetica conclusione nel 2030 è di duemila anni; una durata che ha il valore di un piccolo ciclo – corrispondente strutturalmente all’anno solare – scandito in quattro “stagioni”, ciascuna delle quali, come la vita della mitica Fenice,  di cinquecento anni. Il che confermerebbe che siamo alla conclusione di un ciclo. Ma è possibile combinare ancora questa cifra (2000) con altre del tutto coerenti col discorso che andiamo svolgendo. Dopo aver scelto i dodici Apostoli, Gesù elegge 72 discepoli e li invia a due a due ad evangelizzare. Il numero 72 ha un significato rilevante. Per gli Ebrei i popoli del mondo erano 72, perciò la scelta di 72 disepoli è considerata come un segno dell’opera di evangelizzazione universale. Ogni settantadue anni, inoltre, si ha lo spostamento di un grado dei punti equinoziali nel fenomeno astronomico della precessione degli equinozi. Moltiplicando 72 per 360 gradi, si ottengono i 25920 anni che costituiscono un Grande Anno. Il numero 72 evoca così l’idea di una totalità pienamente sviluppata nello spazio e nel tempo e di un completo svolgimento di un ciclo. Moltiplicando il 72 per il piccolo ciclo di 2000 anni della storia cristiana si ottiene il ben noto numero apocalittico dei 144000 eletti. Così, partendo dal numero 17, dai diciassette anni che separano l’elezione di Papa Francesco dal 2030, siamo giunti a conclusioni assai vicine a quelle di Folange, ma utilizzando un dato, di cui Folange non poteva disporre: la data dell’elezione dell’attuale Pontefice.
La profezia di San Malachia si conclude con la distruzione della “civitas septicollis” e il giudizio di Dio.  Roma sarà distrutta?  Il testo profetico, in verità, non parla di “urbs”, cioè della città intesa come insieme di edifici, strade, ponti, ecc., ma di “civitas”, termine che designa una città sotto il profilo giuridico e istituzionale, e pertanto sembra alludere alla “funzione” di governo e guida della Christianitas . La “civitas” in questione è anche detta “septicollis”; è, questo, un particolare non descrittivo, che non avrebbe ragion d’essere in un testo profetico, ma, piuttosto,  restrittivo: indica, cioè,  una ben determinata “civitas”,  con una precisa collocazione  in un territorio con sette colli. Il testo sembra voler precisare: sarà Roma in quanto centro direttivo della Chiesa ad essere annientata. Dopo la distruzione, infine,  un “Judex tremendus” giudicherà il suo popolo. Ora nel linguaggio della Chiesa l’espressione “popolo di Dio” non designa l’intera umanità, ma l’insieme del popolo dei credenti. Saranno i Cristiani ad essere giudicati e non singolarmente, ma come popolo di Dio: sarà forse saggiata la fede e la coerenza di vita di quei popoli che hanno avuto sin qui il privilegio di costituire il cuore della “Christianitas”? Saremo noi Europei ad essere valutati? Se la profezia è autentica, si profilerebbe forse la possibilità (non la necessità, perché le profezie private non enunciano un destino inesorabile, ma una possibilità) di una conclusione del Pontificato romano. Se le cose stanno veramente così si spiega allora  l’appellativo, per l’”ultimo” papa, di Petrus Romanus. Ma la Roma di cui si dice che “diruetur” (=sarà distrutta) è la Roma in senso geografico,non in senso tipico. Esiste e non sarà distrutta la “Roma Aeterna”, quella che, quale che sia la sua dislocazione, tenta di realizzare nel massimo grado possibile l’ordine e la giustizia, che consistono nel perseguire l’ordine voluto da Dio. E’ questa “Roma Aeterna” che costituisce il fondamento della Christianitas e che fin ora ha trovato la sua collocazione nell’Europa, erede della Roma imperiale e della Christianitas medievale e la sua sede nella “Civitas septicollis”. Dunque lo “Judex tremendus” potrebbe trovare che noi europei ci siamo resi indegni di questa eredità e che perseguiamo  un disegno diverso da quello di Dio, anzi deliberatamente opposto ad esso, attraverso la violazione, l’alterazione, la negazione delle leggi della natura.
Vi sono dunque motivi per ritenere possibile  che l’asse della civiltà cristiana si sposti altrove. E sembra carica di significato, a questo proposito, l’elezione al soglio pontificio di un Papa sudamericano, con le idee e il carisma di Jorge Mario Bergoglio.  Sua convinzione, espressa quando svolgeva il suo ministero episcopale in Argentina, è che la liberazione dell’America latina dal colonialismo culturale ed economico che incombe su di essa richieda un duplice ordine di interventi: sul piano economico-sociale,  con la ricerca di nuovi modelli di sviluppo, che consentano di condurre efficacemente la lotta alla povertà e alle gravi disuguaglianze sociali; sul piano politico,  con  “un percorso di integrazione”  che porti alla la realizzazione della Grande Patria sudamericana, cioè di una Nazione-Continente , unica sulla terra, ma resa  possibile dalla sua forte omogeneità linguistica e culturale e dalla comune e diffusissima fede cristiana e cattolica. Operando su questi due piani l’America latina potrà preservara la sua cultura dalla minaccia esercitata da due correnti di pensiero: da un lato una “concezione imperiale della globalizzazione”  che vorrebbe annientare le identità dei popoli e che “costituisce il totalitarismo più pericoloso del postmodernismo”;  dall’altro un tipo di progressismo “che dà forma al colonialismo culturale degli imperi e ha una relazione con una concezione di laicità dello Stato che è, invece, laicismo militante”. Ora se l’ascesa al soglio pontificio di un Papa sudamericano, dotato di un carisma semplice e forte e di  idee molto chiare sulla via di liberazione da perseguire,  galvanizzerà i popoli dell’America latina,  assisisteremo nei prossimi decenni alla nascita di un nuovo assetto politico-culturale ed economico del Continente americano. La Grande Patria che Bergoglio auspica è, naturalmente, una grande Patria cattolica.
Potrebbe essere allora il Sud America il deserto ideale, preparato da Dio,  dove fuggirà l’apocalittica Donna incinta, vestita di sole e con la luna sotto i piedi, simbolo della Chiesa  minacciata dal Dragone. Primo Siena ha ricordato, a proposito della Madonna di Guadalupe, la più venerata immagine dell’America Latina, che è la prima volta “nell’intero corso millenario delle teofanie mariane che l’Immagine di Nostra Signora appare incinta” e che “fin dal Seicento si riscontrò la puntuale corrispondenza della Vergine guadalupana con la ‘Donna vestita di sole e incinta’ dell’Apocalisse. Questo sembra essere un segno trasparente del destino escatologico dell’America Latina (METAPOLITICA, Anno XII n.3, 1987).
E’ un’ipotesi, quella del ruolo del Sud America, che Silvano Panunzio riteneva possibile. Già nel 1953, nel saggio “Cattolici svegli”, proponeva la seguente interpretazione della parte conclusiva della profezia di S. Malachia: “Finora i più, riflettendo su certe definizioni emblematiche, avevano pensato a un pontefice americano a Roma: invece potrebbe trattarsi del contrario, ossia di un pontefice romano in America nei prossimi anni”. Ora è evidente che la prima ipotesi si è pienamente realizzata: abbiamo a Roma un pontefice proveniente dall’America. La seconda potrebbe risultare non opposta e alternativa, ma complementare alla prima: un pontefice venuto dall’America potrebbe creare le condizioni per un trasferimento della Chiesa romana in America e la navicella di Pietro si preparebbe, in un futuro non molto lontano, a salpare, forse sotto la spinta di gravi eventi internazionali. Tutto fa pensare, dunque, che Papa Francesco sia identificabile col Pietro Romano di San Malachia e rappresenti il Papa di una svolta radicale.
Anche altri elementi possono essere presi in considerazione.Una particolare importanza rivestono per i tempi ultimi i sogni di San Giovanni Bosco. Tra i suoi numerosisimi sogni, ve ne sono alcuni ripetuti e molto significativi. Nel saggio sopra citato Panunzio scriveva: “Nelle visioni di San Giovanni Bosco, la cui importanza è rafforzata da precisi riferimenti astronomici, si parla continuamente de “L’Anziano del Lazio”” (si ricordini i 24 Anziani dell’Apocalisse e la proclamazione di Pietro: “io che sono anziano con loro”).” L’Anziano del Lazio, in virtù dei possibili rinvii scritturistici (I Pietro, 5,1 e Ap.) fa pensare alla figura di un Pontefice  che guiderà la Chiesa dei tempi ultimi. “L’epoca  dell’impegno risolutivo per questo Anziano – continua Panunzio - sarà contrassegnata da un “Maggio con due Lune” (due pleniluni)”. Del mese dei fiori con due pleniluni è stata data, generalmente, come era naurale che fosse, un’interpretazione astronomica. Panunzio ha ricordato che due pleniluni hanno avuto luogo nel mese di Maggio nel 1950, anno del Giubileo; Vittorio Messori ha  segnalato che il rarissimo fenomeno si è verificato nel 1988, centenario della morte di San Giovanni Bosco. C’è da chiedersi, però, se non sia preferibile dare al presagio di San Giovanni Bosco un’interpretazione non astronomica, ma simbolica, più adatta al linguaggio profetico. Se, infatti, Gesù è il “Sole di giustizia”, il pontefice, che ne è il vicario e brilla di luce riflessa, è simbolicamente Luna. E non si sono forse visti, al rientro di Ratzinger in Vaticano nel Maggio di questo eccezionale 2013, due pontefici biancovestiti abbracciarsi fraternamente? Non sarà questa l’”iride di pace nel mese dei fiori con due lune”?  E’ comunque un evento unico nella storia della Chiesa e certamente meritevole d’essere preannunziato. Sarà dunque Papa Francesco l’Anziano del Lazio di San Giovanni Bosco?
In ogni caso, non vi è dubbio che siamo di fronte a eventi di straordinaria portata e a gesti di sapore emblematico. Le dimissioni di Papa Benedetto XVI e l’interruzione del suo pontificato, improntato alla  difesa e al recupero delle radici  della Cristianità-Europa, e la successiva elezione del sudamericano Bergoglio danno l’impressione di un passaggio di mano.  Profezie ed eventi sembrano indicare una direzione, il passaggio dell’asse della Cristianità dall’Europa al Sudamerica. Ma come è stato scritto in un fondo di “Metapolitica” (anno XII,n.1-2) : “ove la Cristianità-Europa geografico-storica entrasse in crisi, o addirittura in disfacimento, l’ Europa perennis e la Christianitas perennis, assumendo una nuova veste, resteranno pur sempre l’asse del mondo, tenuto conto della posizione centrale dell’emisfero latino-americano riguardo all’intera estensione del globo terracqueo, dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest....In questo preciso senso si può legittimamente ritenere che la civiltà in gestazione nell’America latina, in cui le arcaiche tradizioni sacre (di discendenza atlantide) rinverdiscono e riforiscono in virtù della forza generatrice e assimilatrice cristiano-europea (di discendenza iperborea), rappresenti una “Nuova Europa” e una “Nuova Cristianità” come ramificazione vitale di un primitivo intramontabile ceppo. Per tanto, le posizioni “europee” dell’Alleanza Michelita.....rimangono intatte, ancorate come sono a una fonte di luce che va sempre intesa e difesa a oltranza”.  Dunque la possibilità  dolorosissima e sconcertante di un tramonto europeo, in senso storico-geografico, esiste.
Tuttavia le profezie private, come quella di San Giovanni Bosco possono intendersi e attuarsi in vari modi, perché molto dipende da noi, dalle nostre scelte, dalla collaborazione con le forze celesti.  L’abbraccio, il rispetto reciproco e la concreta collaborazione tra i due Pontefici (si pensi all’enciclica “Lumen fidei” scritta a quattro mani dal Papa regnante e dal Papa emerito) assumono infatti anche altri significati e ci rivelano ulteriori possibilità inscritte nella storia che stiamo vivendo, e ci suggeriscono nuove chiavi interpretative della profezia delle due Lune.  Nei sogni-visione di San Giovanni Bosco si dice che “un’iride di pace” sorgerà “nel mese dei fiori con due pleniluni”. In che consiste la pace cui si allude e che sembra resa visibile dall’abbraccio dei due Pontefici?  Nell’opera “La Conservazione Rivoluzionaria”, riferendosi alle tensioni e ai conflitti tra i teologi vaticanensi  e i cattolici rivoluzionari della teologia della liberazione, Silvano Panunzio scriveva che “il più grande contrasto storico e ultrastorico che stiamo vivendo è quello tra l’America latina e la Roma togata” (pag. 111). Oggi il conflitto – storico e ultrastorico –  tra le aspirazioni alla giustizia sociale, che animano il mondo sudamericano, e il rigore dottrinale della Roma togata, che  definisce i limiti entro i quali deve mantenersi ogni apertura teologica, per non sconfinare nell’eterodossia, si va ricomponendo nella concordia tra i due Pontefici che incarnano le due anime distinte e complementari della Chiesa.  Sembra, così, realizzarsi l’auspicio dell’Alleanza Trascendente Michele Arcangelo (ATMA) di una collaborazione tra civiltà europea e civiltà latino-americana: la Cristianità-Europa costituisce, infatti, “il centro dinamico d’una superiore Civiltà dell’Orbe: fondata, questa, sull’ordine, la giustizia, la verità. Tale sintesi centrale cristiano-europea è pure l’estremo baluardo contro tutte le suggestioni e le contaminazioni malefiche che “vagano per la terra” e che ormai corrodono, con la tentazione temporalista, profana e livellatrice, persino i pilastri millenari delle sacre civiltà del Mondo Antico; mentre, poi, le civiltà migliori o più promettenti del Mondo Nuovo, in quanto prive di autoctone tradizioni intellettuali tuttora operanti, sono inesperte nello scoprire le sottili insidie e nello sventare le raffinate arti diaboliche della macchinazione antispirituale” (Appello cristiano-europeo, 1959).
L’Europa ha, dunque, ancora molto da offrire ed ha ancora in sé la possibilità della resurrezione. Giacché si è parlato di simboli bisogna anche ricordare che la bandiera d’Europa è stata disegnata dal suo ideatore sul modello della Medaglia Miracolosa dell’Immacolata. E’ più di un segno di speranza: è un’indicazione degli strumenti a nostra disposizione per la buona battaglia, strumenti semplici ma potentissimi, perché la loro potenza non è nostra ma discende del cielo.


venerdì 15 marzo 2013

Il ritorno di Maestro K'ong



                                            


     Sono trascorsi dieci anni da quando il Governo cinese ha inaugurato il “progetto Confucio”, che ha l’obiettivo di riprendere in patria lo studio delle opere del Maestro K’ong Fu Tze e di diffondere nel mondo – mediante la creazione degli Istituti Confucio - la conoscenza della lingua e della cultura cinese. E’ certo singolare che proprio dalla Cina comunista,  nella quale è ancora vivo nel popolo il mito di Mao Tze Dong, nemico e persecutore  del pensiero confuciano, accusato d’essere  strumento di conservazione sociale, venga proposta al suo interno e rilanciata nel mondo l’immagine rassicurante di una società che riscopre  le radici della sua millenaria cultura  e vuole rinnovare la conoscenza e lo studio del pensiero di maestro K’ong.  La classe dirigente cinese  avverte ormai l’esigenza di sostituire la filosofia  marxista, del tutto  inadeguata a fornire il supporto ideologico ad una società in impetuosa crescita economica,  con la ripresa dello spirito confuciano. Tale operazione culturale permette di soddisfare varie esigenze: a) tenere unito un popolo numerosissimo, con l’ausilio di una filosofia sociale, che prevede un sistema gerarchico estremamente articolato, cementato da una forte solidarietà che si estende, in una serie di cerchi concentrici, dal nucleo familiare all’insieme dei parenti,  al villaggio, alla città, all’intera nazione; b) utilizzare l’etica del lavoro di Confucio, che esige seria formazione, pazienza e impegno  meticoloso, come  vigorosa  energia creativa e  produttiva; c) proporre, mediante il concetto confuciano di “armonia” , il volto di una cìviltà che sa mantenere la sua originalità culturale e al tempo stesso integrarsi nel sistema politico ed economico planetario.  
     E’ difficile prevedere quali saranno gli effetti della trasformzione culturale in atto. E’ possibile che il potenziale morale contenuto nel pensiero confuciano possa contribuire a rendere la Cina una grandissima, e forse anche temibile, potenza mondiale. E’ anche possibile, per l’eterogenesi dei fini, o meglio per un disegno provvidenziale, che attraverso lo studio dell’opera di Confucio il popolo cinese,inaridito spiritualmente dalle devastazioni della rivoluzione culturale maoista, riscopra l’altissima sapienza metafisica del Tao. Per intendere meglio quest’ultima affermazione, e dunque la possibilità che la Cina ritrovi un’anima e  si riallacci alla sapienza tradizionale, occore fare qualche precisazione. E’ opinone diffusa negli ambienti accademici – come si è avuto modo di constatare – che il Confucianesimo non sia una religione, ma solo una filofofia, o meglio  un’etica sociale. Per la Scuola della “Philosohia perennis”, e in particolare per René Guénon, il Confucianesimo è molto di più di una somma di inegnamenti rilevanti per la vita sociale. Confucio proponeva la restaurazione dei riti antichi e il recupero del significato autentico delle parole, cioè delle cose che le parole designano e della loro collocazione nell’ordine dell’Universo. Il Confucianesimo costituirebbe   l’aspetto exoterico di una dottrina, che ha il suo significato più profondo ed esoterico nella metafisica del Tao. Movendo da questa base concettuale, si svolge in maniera più precisa, più  articolata e più originale l’interpetazione di Silvano Panunzio: il Taoismo è una dottrina metafisica ancestrale, della quale Lao-Tze ha fornito un’espressione scritta, di alta sapienza, ma non priva di qualche difetto. 
      Il ritrarsi da ogni conflitto, pur di conseguire la Pace e l’Armonia, proposto dal Tao-Te-King , costituisce di fatto una diserzione dai propri doveri verso la società. Se è vero che in linea di principio il wei-wu-wei ha una indubbia validità, all’atto pratico, considerata la naturale debolezza umana, il non-agire indebolisce gravemente la società, come dimostra la storia degli Imperi della Cina. Il Confucianesimo ha in sé, invece, un più saldo equilibrio e una maggiore completezza: al saggio è richiesta una tensione interna verso la trascendenza e un impegno rigoroso per la realizzazione della giustizia.  Va ricordata a questo proposito la coerenza eroica di taluni mandarini di formazione confuciana, pronti a sacrificare la vita pur di consigliare e all’occorrenza correggere gli imperatori, sicché si è potuto parlare di un “martirologio dei mandarini”. Confucio ben conosceva Lao-Tze  (si pensi all’opera confuciana “L’Invariabile Mezzo”) e al tempo stesso profondeva tutti i suoi sforzi per una traduzione politica e sociale della sapienza metafisica.  La formula confuciana “reagalità all’esterno, saggezza all’interno” è una pefetta espressione della metapolitica. La tesi panunziana può trovare conferma,se ve ne fosse bisogno, nello studio dell’Enneagramma, il metodo di analisi cosmo- psicologica – fondato sulla delineazione di nove tipologie alle quali è possibile ricondurre il profilo di  persone,  nazioni, istituzioni, religioni , ecc. – proveniente dall’ esoterismo dei Sufi dell’Afghanistan e fatto conoscere in Occidente da GurdJieff.  E’ evidente che il Tao, in quanto assoluto, non è riconducibile a nessuna categoria.  Il Taoismo di Lao Tze, invece,  in quanto espressione concreta, storicamente determinata, può essere ricondotto ad un tipo ben preciso. Ora il ritrarsi da ogni conflitto per conseguire la pace, la ricerca dell’armonia a tutti i costi sono tratti propri del tipo indicato col numero nove. Una certa passività e riluttanza nell’agire sono limiti, pecche del tipo nove. Per superarle occore scoprire in sé l’energia che permette l’azione energica, efficace, fiduciosa del tipo indicato col numero tre. Il Confucianesimo ha proprio i tratti di un tipo nove cìhe si orienti verso l’efficientismo del tipo tre. Chi scrive queste note ha avuto occasione di conoscere da vicino la civiltà confuciana, grazie ad una intensa esperienza di collaborazione missionaria, compiuta con la propria consorte, nella Corea del Sud. 
     La Corea del Sud è tutta pemeata di spirito confuciano  ed è facile riconoscere in molti coreani di oggi la compresenza di un’inclinazione, o almeno di un vivo interesse, per la vita spirituale e un impegno di studio e di lavoro molto energici, concreti ed efficaci. Dunque con  la ripresa dello spirito confuciano la Cina potrebbe perseguire una pura  politica di potenza o riscoprire una vocazione metapolitica. Questo in qualche misura potrà dipendere da noi cristiani e dalla testimonianza che sapremo dare. Quando si era a Seoul si è potuto constatare come  suore cristiane e monaci buddisti avessero reelazioni cordiali e di amicizia. La Madre superiora dell’Istituto presso il qaule si era alloggiati ci riferì che in Corea delle suore cattoliche coreane si diceva che hanno Confucio sulla pelle, Buddha nel sorriso, Gesù negli occhi. Ecco un esempio vivente di sintesi ecumenica! Ma anche qui, in Occidente, dove si convive e si tratta con un gran numero di cinesi, mercé lo studio e l’assimilazione, e rimanendo saldamente ancorati in Gesù e  legati alla Chiesa, è possibile realizzare una sintesi culturale e spirituale, che valga come testimonianza. Insomma siamo pronti a dare il ben tornato a Maestro K’ong,  nell’attesa e nella speranza che sappia riconoscere il Maestro Unico.