venerdì 15 marzo 2013

Il ritorno di Maestro K'ong



                                            


     Sono trascorsi dieci anni da quando il Governo cinese ha inaugurato il “progetto Confucio”, che ha l’obiettivo di riprendere in patria lo studio delle opere del Maestro K’ong Fu Tze e di diffondere nel mondo – mediante la creazione degli Istituti Confucio - la conoscenza della lingua e della cultura cinese. E’ certo singolare che proprio dalla Cina comunista,  nella quale è ancora vivo nel popolo il mito di Mao Tze Dong, nemico e persecutore  del pensiero confuciano, accusato d’essere  strumento di conservazione sociale, venga proposta al suo interno e rilanciata nel mondo l’immagine rassicurante di una società che riscopre  le radici della sua millenaria cultura  e vuole rinnovare la conoscenza e lo studio del pensiero di maestro K’ong.  La classe dirigente cinese  avverte ormai l’esigenza di sostituire la filosofia  marxista, del tutto  inadeguata a fornire il supporto ideologico ad una società in impetuosa crescita economica,  con la ripresa dello spirito confuciano. Tale operazione culturale permette di soddisfare varie esigenze: a) tenere unito un popolo numerosissimo, con l’ausilio di una filosofia sociale, che prevede un sistema gerarchico estremamente articolato, cementato da una forte solidarietà che si estende, in una serie di cerchi concentrici, dal nucleo familiare all’insieme dei parenti,  al villaggio, alla città, all’intera nazione; b) utilizzare l’etica del lavoro di Confucio, che esige seria formazione, pazienza e impegno  meticoloso, come  vigorosa  energia creativa e  produttiva; c) proporre, mediante il concetto confuciano di “armonia” , il volto di una cìviltà che sa mantenere la sua originalità culturale e al tempo stesso integrarsi nel sistema politico ed economico planetario.  
     E’ difficile prevedere quali saranno gli effetti della trasformzione culturale in atto. E’ possibile che il potenziale morale contenuto nel pensiero confuciano possa contribuire a rendere la Cina una grandissima, e forse anche temibile, potenza mondiale. E’ anche possibile, per l’eterogenesi dei fini, o meglio per un disegno provvidenziale, che attraverso lo studio dell’opera di Confucio il popolo cinese,inaridito spiritualmente dalle devastazioni della rivoluzione culturale maoista, riscopra l’altissima sapienza metafisica del Tao. Per intendere meglio quest’ultima affermazione, e dunque la possibilità che la Cina ritrovi un’anima e  si riallacci alla sapienza tradizionale, occore fare qualche precisazione. E’ opinone diffusa negli ambienti accademici – come si è avuto modo di constatare – che il Confucianesimo non sia una religione, ma solo una filofofia, o meglio  un’etica sociale. Per la Scuola della “Philosohia perennis”, e in particolare per René Guénon, il Confucianesimo è molto di più di una somma di inegnamenti rilevanti per la vita sociale. Confucio proponeva la restaurazione dei riti antichi e il recupero del significato autentico delle parole, cioè delle cose che le parole designano e della loro collocazione nell’ordine dell’Universo. Il Confucianesimo costituirebbe   l’aspetto exoterico di una dottrina, che ha il suo significato più profondo ed esoterico nella metafisica del Tao. Movendo da questa base concettuale, si svolge in maniera più precisa, più  articolata e più originale l’interpetazione di Silvano Panunzio: il Taoismo è una dottrina metafisica ancestrale, della quale Lao-Tze ha fornito un’espressione scritta, di alta sapienza, ma non priva di qualche difetto. 
      Il ritrarsi da ogni conflitto, pur di conseguire la Pace e l’Armonia, proposto dal Tao-Te-King , costituisce di fatto una diserzione dai propri doveri verso la società. Se è vero che in linea di principio il wei-wu-wei ha una indubbia validità, all’atto pratico, considerata la naturale debolezza umana, il non-agire indebolisce gravemente la società, come dimostra la storia degli Imperi della Cina. Il Confucianesimo ha in sé, invece, un più saldo equilibrio e una maggiore completezza: al saggio è richiesta una tensione interna verso la trascendenza e un impegno rigoroso per la realizzazione della giustizia.  Va ricordata a questo proposito la coerenza eroica di taluni mandarini di formazione confuciana, pronti a sacrificare la vita pur di consigliare e all’occorrenza correggere gli imperatori, sicché si è potuto parlare di un “martirologio dei mandarini”. Confucio ben conosceva Lao-Tze  (si pensi all’opera confuciana “L’Invariabile Mezzo”) e al tempo stesso profondeva tutti i suoi sforzi per una traduzione politica e sociale della sapienza metafisica.  La formula confuciana “reagalità all’esterno, saggezza all’interno” è una pefetta espressione della metapolitica. La tesi panunziana può trovare conferma,se ve ne fosse bisogno, nello studio dell’Enneagramma, il metodo di analisi cosmo- psicologica – fondato sulla delineazione di nove tipologie alle quali è possibile ricondurre il profilo di  persone,  nazioni, istituzioni, religioni , ecc. – proveniente dall’ esoterismo dei Sufi dell’Afghanistan e fatto conoscere in Occidente da GurdJieff.  E’ evidente che il Tao, in quanto assoluto, non è riconducibile a nessuna categoria.  Il Taoismo di Lao Tze, invece,  in quanto espressione concreta, storicamente determinata, può essere ricondotto ad un tipo ben preciso. Ora il ritrarsi da ogni conflitto per conseguire la pace, la ricerca dell’armonia a tutti i costi sono tratti propri del tipo indicato col numero nove. Una certa passività e riluttanza nell’agire sono limiti, pecche del tipo nove. Per superarle occore scoprire in sé l’energia che permette l’azione energica, efficace, fiduciosa del tipo indicato col numero tre. Il Confucianesimo ha proprio i tratti di un tipo nove cìhe si orienti verso l’efficientismo del tipo tre. Chi scrive queste note ha avuto occasione di conoscere da vicino la civiltà confuciana, grazie ad una intensa esperienza di collaborazione missionaria, compiuta con la propria consorte, nella Corea del Sud. 
     La Corea del Sud è tutta pemeata di spirito confuciano  ed è facile riconoscere in molti coreani di oggi la compresenza di un’inclinazione, o almeno di un vivo interesse, per la vita spirituale e un impegno di studio e di lavoro molto energici, concreti ed efficaci. Dunque con  la ripresa dello spirito confuciano la Cina potrebbe perseguire una pura  politica di potenza o riscoprire una vocazione metapolitica. Questo in qualche misura potrà dipendere da noi cristiani e dalla testimonianza che sapremo dare. Quando si era a Seoul si è potuto constatare come  suore cristiane e monaci buddisti avessero reelazioni cordiali e di amicizia. La Madre superiora dell’Istituto presso il qaule si era alloggiati ci riferì che in Corea delle suore cattoliche coreane si diceva che hanno Confucio sulla pelle, Buddha nel sorriso, Gesù negli occhi. Ecco un esempio vivente di sintesi ecumenica! Ma anche qui, in Occidente, dove si convive e si tratta con un gran numero di cinesi, mercé lo studio e l’assimilazione, e rimanendo saldamente ancorati in Gesù e  legati alla Chiesa, è possibile realizzare una sintesi culturale e spirituale, che valga come testimonianza. Insomma siamo pronti a dare il ben tornato a Maestro K’ong,  nell’attesa e nella speranza che sappia riconoscere il Maestro Unico.