Nel 1595 il padre benedettino Arnoldo de
Wion pubblicò, nella sua opera Lignum
Vitae, una profezia attribuita a San Malachia, vissuto quattro secoli
prima, e nota anche come la profezia dei Papi. Il testo profetico consiste in
111 motti, che esprimerebbero sinteticamente le caratteristiche della persona o
dell’opera di altrettanti Papi. La serie viene chiusa da un centododicesimo
titolo, Pietro Romano, riferito ad un Pontefice sotto il quale si preparebbe,
sembra, il ritorno di Cristo. La profezia, in verità, è molto controversa e
vede gli studiosi attestati su posizioni assai differenti, che vanno dalla
negazione recisa della sua autenticità al suo convinto riconoscimento,
all’attenzione più cauta e possibilista. Come sempre, l’autenticità di una
profezia può essere valutata solo a
posteriori, quando gli eventi ne avranno mostrato almeno con una certa
approssimazione l’inveramento. Se la lista delle divise dei Papi corrispondesse
a verità (e in molti casi è difficile negare la piena rispondenza dei motti con
i Papi a cui si riferiscono) l’appellativo
di Petrus Romanus spetterebbe a Papa Francesco. Non vi è dubbio che colpisce
l’insistenza del neoeletto Pontefice, fin dalle sue primissime dichiarazioni,
nei minuti successivi alla sua elezione, sul suo ruolo di Vescovo di Roma e la
sua particolare venerazione per la “Salus Populi Romani”.
Prima di procedere
oltre, però, è necessario soffermarsi su
un altro punto importante . Se Papa Francesco è il Pietro Romano della profezia
di San Malachia, la divisa n. 111 spetta a Benedetto XVI e a lui va riferito
perciò il motto “Gloria olivae”, che richiede almeno un tentativo di spiegazione. Se consideriamo l’olivo come
segno di consacrazione della gloria mondana di poeti o condottieri è evidente
che esso non ha alcun legame con Ratzinger. In verità, neanche come simbolo
religioso della pace l’olivo sembra avere una qualche attinenza col suo
pontificato. Ma, a ben guardare, l’olivo ha assunto nel Vangelo anche un’altra
connotazione. E’ infatti una pianta dalle foglie amare, appuntite e, quando non
più fresche, taglienti. Quando è avanti
con gli anni ha tronco e rami contorti,
che ben rendono l’angoscia e il tormento di un’anima. Ed è nell’orto degli
ulivi del Getzemani che Gesù sperimenta l’amarezza della solitudine e del tradimento.
Difficile negare che solitudine e tradimento abbiano caratterizzato, tra le
altre cose, il pontificato di Benedetto XVI e che egli abbia conseguito
l’unica gloria a cui un cristiano deve
aspirare, quella di una somiglianza con Gesù. Lo dice chiaramente S.Paolo nella
Epistola ai Galati (6,14): “Mihi
autem absit gloriari, nisi in cruce
Domini nostri Iesu Christi” (“Quanto a me non ci sia altra gloria se non nella
croce del nostro Signore Gesù Cristo”).
Cerchiamo ora altri indizi – perché nientre
altro è possibile trovare – di un’identificazione di Papa Francesco con Pietro
Romano Qualche anno fa la rivista “Metapolitica” (Anno XVI, n.2)
pubblicò un saggio di grande suggestione dello studioso Emile Folange, che per la
interpretazione della Profezia dei Papi proponeva una chiave matematica. I punti essenziali della sue tesi
erano i seguenti:
1) Numero
ricorrente nell’analisi matematica del testo profetico è 111, dal quale si
ottiene per riduzione il numero tre e che rappresenta perciò (anche
ideograficamente, aggiungeremmo) la SS.Trinità.
2) L’intero
arco cronologico in cui si inscrive la
serie dei Pontefici indicata dalla profezia abbraccia 888 anni; il numero 888 è
l’espressione aritmologica del nome di Gesù in lingua greca.
3) Assumendo
il 1143 (anno della morte di S.Malachia) come data iniziale della serie dei Pontefici e sommandolo agli 888 anni si ottiene la data conclusiva: il 2031.
Va chiarito in primo luogo che nel
linguaggio profetico date e numeri hanno una valore simbolico, esprimono ritmi
più che periodi misurabili quantitativamente, come avviene con il tempo degli
orologi; con analisi di questo genere è
possibile non tanto determinare una precisa scadenza cronologica, quanto
piuttosto delineare un tipo di percorso . Il Signore Gesù ci avverte che”quanto
a quel giorno e a quell’ora” li conosce solo il Padre Celeste, ma ci incoraggia
a riconoscere i segni dei tempi. Tentare di individuare il momento esatto di
realizzazione di una profezia può risultare, perciò, ingannevole e forse anche
temerario. E’ bene allora lasciare a Dio il Suo segreto e provare invece a
cogliere il senso degli eventi in atto e in preparazione per il prossimo futuro
e verso i quali abbiamo una responsabilità. Va inoltre osservato che nell’impiego di elementi simbolici per
l’interpretazione della storia (passata
o in “fieri”), è importante che essi
siano coerenti fra loro e pertinenti, e che attraverso le loro combinazioni si
possa disegnare un quadro dotato di senso. Tutto ciò premesso, proviamo svolgere
qualche considerazione che possa offrire, come l’interpretazione del Folange,
un supporto per una meditazione sulla storia e che assuma come punto di
partenza il pontificato di Papa Francesco.
Mario Bergoglio è stato eletto Pontefice
nel 2013, a diciassette anni da quel 2030 che il misterioso Re del Mondo indicò
a Ossendowsky come data della “fine del mondo” ; o, come sarebbe meglio dire,
di “un” mondo, di un’era, nella prospettiva di uno svolgimento ciclico della
civiltà. E’ importante notare che il 17 è un numero biblico, in relazione col
Diluvio Universale. In Genesi 7, 11-13 si legge: “Nel secondo mese, nel
diciassettesimo giorno del mese, proprio in quel giorno, eruppero tutte le
sorgenti del grande oceano e le cateratte del cielo si aprirono...in quello
stesso giorno entrarono nell’arca”. Si noti l’insistenza sul diciassette:
“proprio in quel giorno.....in quello stesso giorno” . Il giorno diciassette si
conclude un’era, viene sommerso un mondo. Ma in un altro diciassettesimo giorno
ha inizio un’era nuova. L’arca galleggiante sulle acque si arresta in un altro
giorno diciassette. In Genesi 8,4 si legge: “Nel settimo mese, il diciassette
del mese, l’arca si fermò sui monti dell’Ararat”. L’intera navigazione dell’arca
si è svolta tra due diciassette: il numero segna così il passaggio dal mondo
prediluviano ad una nuova era. Nell’alfabeto ebraico, del resto, la
diciassettesima lettera è espressa con il vocabolo PHE, che significa “bocca” e
indica perciò un varco, un passaggio. Inoltre nella corrispondenza tra le
lettere dell’alfabeto ebraico e i segni zodiacali (trasmessa dal Sepher Yetzira) la lettera PHE è in
relazione con il segno del Capricorno, col quale si chiude un anno e se ne apre
un altro. Dunque i 17 anni che ci separano dal 2030 sembrano alludere ad un
passaggio critico, ma che apre un’era migliore, e alla distruzione di un mondo
che ha ormai esaurito le sue possibilità, per lasciare spazio libero ad un
mondo rinnovato. Se si assume poi il 30 come anno della Crocifissione e della
Pentecoste, e quindi come inizio dell’era cristiana, l’arco di tempo compreso
fra l’inizio della vita della Chiesa e l’ipotetica conclusione nel 2030 è di
duemila anni; una durata che ha il valore di un piccolo ciclo – corrispondente
strutturalmente all’anno solare – scandito in quattro “stagioni”, ciascuna
delle quali, come la vita della mitica Fenice,
di cinquecento anni. Il che confermerebbe che siamo alla conclusione di
un ciclo. Ma è possibile combinare ancora questa cifra (2000) con altre del
tutto coerenti col discorso che andiamo svolgendo. Dopo aver scelto i dodici
Apostoli, Gesù elegge 72 discepoli e li invia a due a due ad evangelizzare. Il
numero 72 ha un significato rilevante. Per gli Ebrei i popoli del mondo erano 72,
perciò la scelta di 72 disepoli è considerata come un segno dell’opera di
evangelizzazione universale. Ogni settantadue anni, inoltre, si ha lo
spostamento di un grado dei punti equinoziali nel fenomeno astronomico della
precessione degli equinozi. Moltiplicando 72 per 360 gradi, si ottengono i
25920 anni che costituiscono un Grande Anno. Il numero 72 evoca così l’idea di
una totalità pienamente sviluppata nello spazio e nel tempo e di un completo
svolgimento di un ciclo. Moltiplicando il 72 per il piccolo ciclo di 2000 anni
della storia cristiana si ottiene il ben noto numero apocalittico dei 144000
eletti. Così, partendo dal numero 17, dai diciassette anni che separano
l’elezione di Papa Francesco dal 2030, siamo giunti a conclusioni assai vicine
a quelle di Folange, ma utilizzando un dato, di cui Folange non poteva
disporre: la data dell’elezione dell’attuale Pontefice.
La profezia di San Malachia si
conclude con la distruzione della “civitas septicollis” e il giudizio di
Dio. Roma sarà distrutta? Il testo profetico, in
verità, non parla di “urbs”, cioè della città intesa come insieme di edifici,
strade, ponti, ecc., ma di “civitas”, termine che designa una città sotto il
profilo giuridico e istituzionale, e pertanto sembra alludere alla “funzione”
di governo e guida della Christianitas
. La “civitas” in questione è anche detta “septicollis”; è, questo, un
particolare non descrittivo, che non avrebbe ragion d’essere in un testo
profetico, ma, piuttosto, restrittivo:
indica, cioè, una ben determinata
“civitas”, con una precisa
collocazione in un territorio con sette
colli. Il testo sembra voler precisare: sarà Roma in quanto centro direttivo
della Chiesa ad essere annientata. Dopo la distruzione, infine, un “Judex tremendus” giudicherà il suo popolo.
Ora nel linguaggio della Chiesa l’espressione “popolo di Dio” non designa
l’intera umanità, ma l’insieme del popolo dei credenti. Saranno i Cristiani ad
essere giudicati e non singolarmente, ma come popolo di Dio: sarà forse
saggiata la fede e la coerenza di vita di quei popoli che hanno avuto sin qui
il privilegio di costituire il cuore della “Christianitas”? Saremo noi Europei ad
essere valutati? Se la profezia è autentica, si profilerebbe forse la
possibilità (non la necessità, perché le profezie private non enunciano un
destino inesorabile, ma una possibilità) di una conclusione del Pontificato
romano. Se le cose stanno veramente così si spiega allora l’appellativo, per l’”ultimo” papa, di Petrus
Romanus. Ma la Roma di cui si dice che “diruetur” (=sarà distrutta) è la Roma
in senso geografico,non in senso tipico. Esiste e non sarà distrutta la “Roma
Aeterna”, quella che, quale che sia la sua dislocazione, tenta di realizzare
nel massimo grado possibile l’ordine e la giustizia, che consistono nel
perseguire l’ordine voluto da Dio. E’ questa “Roma Aeterna” che costituisce il
fondamento della Christianitas e che fin ora ha trovato la sua collocazione
nell’Europa, erede della Roma imperiale e della Christianitas medievale e la
sua sede nella “Civitas septicollis”. Dunque lo “Judex tremendus” potrebbe
trovare che noi europei ci siamo resi indegni di questa eredità e che
perseguiamo un disegno diverso da quello
di Dio, anzi deliberatamente opposto ad esso, attraverso la violazione,
l’alterazione, la negazione delle leggi della natura.
Vi sono dunque motivi per ritenere
possibile che l’asse della civiltà
cristiana si sposti altrove. E sembra carica di significato, a questo
proposito, l’elezione al soglio pontificio di un Papa sudamericano, con le idee
e il carisma di Jorge Mario Bergoglio. Sua convinzione, espressa quando svolgeva il
suo ministero episcopale in Argentina, è che la liberazione dell’America latina
dal colonialismo culturale ed economico che incombe su di essa richieda un
duplice ordine di interventi: sul piano economico-sociale, con la ricerca di nuovi modelli di sviluppo,
che consentano di condurre efficacemente la lotta alla povertà e alle gravi
disuguaglianze sociali; sul piano politico,
con “un percorso di
integrazione” che porti alla la
realizzazione della Grande Patria sudamericana, cioè di una Nazione-Continente
, unica sulla terra, ma resa possibile
dalla sua forte omogeneità linguistica e culturale e dalla comune e
diffusissima fede cristiana e cattolica. Operando su questi due piani l’America
latina potrà preservara la sua cultura dalla minaccia esercitata da due
correnti di pensiero: da un lato una “concezione imperiale della
globalizzazione” che vorrebbe annientare
le identità dei popoli e che “costituisce il totalitarismo più pericoloso del
postmodernismo”; dall’altro un tipo di
progressismo “che dà forma al colonialismo culturale degli imperi e ha una
relazione con una concezione di laicità dello Stato che è, invece, laicismo
militante”. Ora se l’ascesa al soglio pontificio di un Papa sudamericano,
dotato di un carisma semplice e forte e di
idee molto chiare sulla via di liberazione da perseguire, galvanizzerà i popoli dell’America
latina, assisisteremo nei prossimi
decenni alla nascita di un nuovo assetto politico-culturale ed economico del
Continente americano. La Grande Patria che Bergoglio auspica è, naturalmente,
una grande Patria cattolica.
Potrebbe essere allora il Sud
America il deserto ideale, preparato da Dio,
dove fuggirà l’apocalittica Donna incinta, vestita di sole e con la luna
sotto i piedi, simbolo della Chiesa
minacciata dal Dragone. Primo Siena ha ricordato, a proposito della
Madonna di Guadalupe, la più venerata immagine dell’America Latina, che è la
prima volta “nell’intero corso millenario delle teofanie mariane che l’Immagine
di Nostra Signora appare incinta” e che “fin dal Seicento si riscontrò la
puntuale corrispondenza della Vergine guadalupana con la ‘Donna vestita di sole
e incinta’ dell’Apocalisse. Questo sembra essere un segno trasparente del
destino escatologico dell’America Latina (METAPOLITICA, Anno XII n.3, 1987).
E’ un’ipotesi,
quella del ruolo del Sud America, che Silvano Panunzio riteneva possibile. Già
nel 1953, nel saggio “Cattolici svegli”, proponeva la seguente interpretazione
della parte conclusiva della profezia di S. Malachia: “Finora i più,
riflettendo su certe definizioni emblematiche, avevano pensato a un pontefice
americano a Roma: invece potrebbe trattarsi del contrario, ossia di un
pontefice romano in America nei prossimi anni”. Ora è evidente che la prima ipotesi
si è pienamente realizzata: abbiamo a Roma un pontefice proveniente
dall’America. La seconda potrebbe risultare non opposta e alternativa, ma
complementare alla prima: un pontefice venuto dall’America potrebbe creare le
condizioni per un trasferimento della Chiesa romana in America e la navicella
di Pietro si preparebbe, in un futuro non molto lontano, a salpare, forse sotto
la spinta di gravi eventi internazionali. Tutto fa pensare, dunque, che Papa
Francesco sia identificabile col Pietro Romano di San Malachia e rappresenti il
Papa di una svolta radicale.
Anche altri
elementi possono essere presi in considerazione.Una particolare importanza
rivestono per i tempi ultimi i sogni di San Giovanni Bosco. Tra i suoi
numerosisimi sogni, ve ne sono alcuni ripetuti e molto significativi. Nel
saggio sopra citato Panunzio scriveva: “Nelle visioni di San Giovanni Bosco, la
cui importanza è rafforzata da precisi riferimenti astronomici, si parla
continuamente de “L’Anziano del Lazio”” (si ricordini i 24 Anziani
dell’Apocalisse e la proclamazione di Pietro: “io che sono anziano con loro”).”
L’Anziano del Lazio, in virtù dei possibili rinvii scritturistici (I Pietro,
5,1 e Ap.) fa pensare alla figura di un Pontefice che guiderà la Chiesa dei tempi ultimi. “L’epoca dell’impegno risolutivo per questo Anziano –
continua Panunzio - sarà contrassegnata da un “Maggio con due Lune” (due pleniluni)”.
Del mese dei fiori con due pleniluni è stata data, generalmente, come era
naurale che fosse, un’interpretazione astronomica. Panunzio ha ricordato che due
pleniluni hanno avuto luogo nel mese di Maggio nel 1950, anno del Giubileo;
Vittorio Messori ha segnalato che il
rarissimo fenomeno si è verificato nel 1988, centenario della morte di San
Giovanni Bosco. C’è da chiedersi, però, se non sia preferibile dare al presagio
di San Giovanni Bosco un’interpretazione non astronomica, ma simbolica, più
adatta al linguaggio profetico. Se, infatti, Gesù è il “Sole di giustizia”, il
pontefice, che ne è il vicario e brilla di luce riflessa, è simbolicamente
Luna. E non si sono forse visti, al rientro di Ratzinger in Vaticano nel Maggio
di questo eccezionale 2013, due pontefici biancovestiti abbracciarsi
fraternamente? Non sarà questa l’”iride di pace nel mese dei fiori con due
lune”? E’ comunque un evento unico nella
storia della Chiesa e certamente meritevole d’essere preannunziato. Sarà dunque
Papa Francesco l’Anziano del Lazio di San Giovanni Bosco?
In ogni caso, non
vi è dubbio che siamo di fronte a eventi di straordinaria portata e a gesti di
sapore emblematico. Le dimissioni di Papa Benedetto XVI e l’interruzione del
suo pontificato, improntato alla difesa
e al recupero delle radici della
Cristianità-Europa, e la successiva elezione del sudamericano Bergoglio danno
l’impressione di un passaggio di mano. Profezie
ed eventi sembrano indicare una direzione, il passaggio dell’asse della
Cristianità dall’Europa al Sudamerica. Ma come è stato scritto in un fondo di
“Metapolitica” (anno XII,n.1-2) : “ove la Cristianità-Europa geografico-storica
entrasse in crisi, o addirittura in disfacimento, l’ Europa perennis e la Christianitas
perennis, assumendo una nuova veste, resteranno pur sempre l’asse del
mondo, tenuto conto della posizione centrale dell’emisfero latino-americano
riguardo all’intera estensione del globo terracqueo, dal Nord al Sud, dall’Est
all’Ovest....In questo preciso senso si può legittimamente ritenere che la
civiltà in gestazione nell’America latina, in cui le arcaiche tradizioni sacre
(di discendenza atlantide) rinverdiscono e riforiscono in virtù della forza
generatrice e assimilatrice cristiano-europea (di discendenza iperborea), rappresenti
una “Nuova Europa” e una “Nuova Cristianità” come ramificazione vitale di un
primitivo intramontabile ceppo. Per tanto, le posizioni “europee” dell’Alleanza
Michelita.....rimangono intatte, ancorate come sono a una fonte di luce che va
sempre intesa e difesa a oltranza”. Dunque
la possibilità dolorosissima e
sconcertante di un tramonto europeo, in senso storico-geografico, esiste.
Tuttavia le profezie private,
come quella di San Giovanni Bosco possono intendersi e attuarsi in vari modi,
perché molto dipende da noi, dalle nostre scelte, dalla collaborazione con le
forze celesti. L’abbraccio, il rispetto
reciproco e la concreta collaborazione tra i due Pontefici (si pensi
all’enciclica “Lumen fidei” scritta a quattro mani dal Papa regnante e dal Papa
emerito) assumono infatti anche altri significati e ci rivelano ulteriori
possibilità inscritte nella storia che stiamo vivendo, e ci suggeriscono nuove
chiavi interpretative della profezia delle due Lune. Nei sogni-visione di San Giovanni Bosco si dice
che “un’iride di pace” sorgerà “nel mese dei fiori con due pleniluni”. In che
consiste la pace cui si allude e che sembra resa visibile dall’abbraccio dei
due Pontefici? Nell’opera “La
Conservazione Rivoluzionaria”, riferendosi alle tensioni e ai conflitti tra i teologi vaticanensi e i cattolici rivoluzionari della teologia della liberazione, Silvano Panunzio scriveva che “il più grande contrasto
storico e ultrastorico che stiamo vivendo è quello tra l’America latina e la
Roma togata” (pag. 111). Oggi il conflitto – storico e ultrastorico – tra le aspirazioni alla giustizia sociale, che animano il mondo sudamericano, e il rigore dottrinale della Roma
togata, che definisce i limiti entro i quali deve mantenersi ogni apertura
teologica, per non sconfinare nell’eterodossia, si va ricomponendo nella concordia tra i due Pontefici che incarnano le due anime distinte e complementari della Chiesa. Sembra, così, realizzarsi
l’auspicio dell’Alleanza Trascendente Michele Arcangelo (ATMA) di una
collaborazione tra civiltà europea e civiltà latino-americana: la
Cristianità-Europa costituisce, infatti, “il centro dinamico d’una superiore
Civiltà dell’Orbe: fondata, questa, sull’ordine, la giustizia, la verità. Tale
sintesi centrale cristiano-europea è pure l’estremo baluardo contro tutte le
suggestioni e le contaminazioni malefiche che “vagano per la terra” e che ormai
corrodono, con la tentazione temporalista, profana e livellatrice, persino i
pilastri millenari delle sacre civiltà del Mondo Antico; mentre, poi, le
civiltà migliori o più promettenti del Mondo Nuovo, in quanto prive di
autoctone tradizioni intellettuali tuttora operanti, sono inesperte nello
scoprire le sottili insidie e nello sventare le raffinate arti diaboliche della
macchinazione antispirituale” (Appello cristiano-europeo, 1959).
L’Europa ha, dunque, ancora molto
da offrire ed ha ancora in sé la possibilità della resurrezione. Giacché si è
parlato di simboli bisogna anche ricordare che la bandiera d’Europa è stata
disegnata dal suo ideatore sul modello della Medaglia Miracolosa
dell’Immacolata. E’ più di un segno di speranza: è un’indicazione degli
strumenti a nostra disposizione per la buona battaglia, strumenti semplici ma
potentissimi, perché la loro potenza non è nostra ma discende del cielo.